Eugenio Riccomini


Rocce sarde, 1983 litografia a un colore, cm 35×50 

[…]La signora qui accanto, che un po’ sorride e un po’ sbuffa a quello che sto dicendo, era però predisposta a questo. Ho visto le cose che faceva negli anni ’70 e ’80 e sono cose molto singolari. Lei usa varie tecniche e spesso incisioni, anche una rara che è la ceramolle che rende l’incisione meno incisa, più tenera; le figure che disegna, dipingeva allora, avevano qualche cosa di surreale e quindi cose simili a ciò che Carroll narra; ci sono parentele sia pur lontane con alcuni artisti surrealisti con una, per esempio, di cui oggi nessuno parla più che è Leonor Fini e questo deve aver colpito qualcuno che veniva da esperienze letterarie e che ha scritto di lei come Soldati che era letterato e regista nello stesso tempo, come Lajolo, il partigiano che usava il mitra e la penna benissimo e che lei ha conosciuto di persona oltre a diversi altri.
La sua via è una via molto singolare, perché non ha tanti paralleli in Italia, non è stata né vicino a Morandi né vicino a Sironi né vicino Campigli né vicino a De Pisis né vicino a nessuno straniero, ogni tanto strizza l’occhio a Klimt, ma ogni tanto.
La cosa che a me affascina di più di quello che lei fa, qui non la vedete, ma in questo libro c’è, ogni tanto lei che abita vicino alla Versilia, sono dei grovigli di macchie mediterranee, delle forme vegetali scrutate attentissimamente, dei rami contorti, delle foglie secche, oppure le rocce così singolari della costa nord orientale della Sardegna che sono graniti .. le conoscete? ..Sono graniti che sembrano messi lì da Henry Moor, sono rotondi e lei li disegna e poi l’incide, in modo magistrale. 

E questi paesaggi e queste nature morte, fa anche nature morte, portano con loro, da un lato l’eco della verità -perché non si disegna un groviglio di rovi senza guardarlo attentamente – e però hanno una parentela con qualche cosa di magico, di strano, di insolito e questo fa si che questa mia recente amica, se così posso dire, sia la più adatta a divertirsi, fornendo immagini ad un testo che è così ricco di immagini raccontate e che lei riempie questa volta di immagini tutte femminili, non ho visto il volto di un uomo in tutte le sue cose, sempre donne: assorte, in controluce, con la luce e l’ombra che gioca in modo strano sull’epidermide, appoggiate a finestre ornate di tende fatte a merletto e trine in modo che la luce si sparpaglia e si frammenta continuamente. 

Adesso, quando andate di là, guardatele, perché val la pena di vederle. 

Eugenio Riccomini

Bologna, 28 aprile 2014

La bouganvillea, 1985 litografia a cinque colori, cm 50×70 

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